la Via delle scienze

Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.

Rita Levi Montalcini

Gli appuntamenti della stagione PRIMAVERA 2019

Parte la 10° stagione da “la Via delle scienze”, per un nuovo percorso tra discipline molto diverse: sempre guidati dalla passione per la ricerca scientifica, tra il rigore dei nostri Ospiti e l’apertura di nuove finestre che ci aprano alle ultime conoscenze acquisite nei loro specifici campi di competenza.

In apertura del ciclo, in collaborazione con Guanxi, presenteremo un libro (“L’ultimo Sapiens”, 12 marzo) sulle strade intraprese dalla ricerca più avanzata, e sulle possibili ricadute sul futuro della nostra specie.

A seguire, tema conduttore di questa stagione, quattro Ospiti tutte al femminile (tra il 15 marzo e il 5 aprile): perchè le qualità che contano per fare scienza non conoscono frontiere di genere.

L’ultimo Sapiens

Martedì 12 Marzo

Oggi l’intelligenza artificiale, le neuroscienze, le nanotecnologie, la genetica modificano il rapporto tra l’uomo e la natura.
Nella storia dell’umanità sta succedendo qualcosa che potrebbe anche portare alla fine di Homo sapiens.

In collaborazione con Guanxinet!

Gianfranco Pacchioni

Professore Ordinario di Chimica Generale e Inorganica, Università Milano Bicocca

Il paese delle meraviglie nella scienza oltre lo specchio

Venerdì 15 Marzo

Nel nostro mondo di tutti i giorni la maggior parte delle molecole biologiche sono chirali, cioè diverse per comportamento dalla loro immagine riflessa dallo specchio.
Come Alice attraverseremo lo specchio, alla ricerca di nuove proprietà della materia.

Silvia Marchesan

Biochimica, Università di Trieste

La conquista dell’invisibile

Venerdì 22 Marzo

Tutto è cominciato poco più di 40 anni fa, non appena l’astronomia dello spazio ha raggiunto la maggiore età.
Liberati dall’assorbimento dell’atmosfera abbiamo potuto “vedere” e studiare l’emissione X e gamma dei corpi celesti, scoprendo i fenomeni più violenti dell’Universo.

Patrizia Caraveo

Astrofisica, Università di Pavia

Riscrivere il DNA: le nuove frontiere del genome editing

Venerdì 29 Marzo

Modificare il DNA è diventata da pochi anni un’operazione facile da eseguire in laboratorio.
Con CRISPR-Cas9 i campi che vanno dalla bio-medicina all’ agro-alimentare vivono una vera e propria rivoluzione.

Anna Cereseto

Biotecnologa, Università di Trento

La robotica diventa soft

Venerdì 5 Aprile

Un polpo può insegnare molto ai robotici. Può insegnare come muoversi senza scheletro e come usare molti arti con un cervello relativamente piccolo.
Ed è così che un polpo ha portato una piccola grande rivoluzione in robotica, facendola diventare soft, morbida.

Cecilia Laschi

Bioingegnere, Scuola Superiore di S.Anna (Pisa)

LA VIA DELLE SCIENZE

INTRODUZIONE AL CICLO
“DONNE DI SCIENZA”

“Io ô intrapreso di far piacere la Verità, accompagnata da tutto ciò che necessario è per dimostrarla, e di farla piacere a quel sesso, che ama più tosto di sentire che di sapere”.
Così Francesco Algarotti, divulgatore scientifico, nel 1737 scriveva nella dedica del suo libro Il Newtonianismo per le dame, dame che, per l’appunto, secondo lui preferivano – leggi “erano in grado” – di sentire piuttosto che di sapere.
Del resto in quegli stessi anni il grande Voltaire, per onorare la matematica e fisica Émilie du Chatelet, sua contemporanea, così la definiva: “Una donna che traduce e spiega Newton … in una parola, davvero un grande uomo”.
Nel secolo dei Lumi, quindi, il binomio donna-scienza non godeva di grande credibilità …
E oggi? Dai dati presentati nell’edizione del 2018 di Women in Science, a cura dell’Istituto per statistiche dell’UNESCO, si ricava che a livello globale le donne rappresentano il 28.8% delle persone impiegate nella ricerca in ambito STEM (in scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Non solo: quelle che riescono a trovare lavoro in questi settori sono pagate meno e hanno molte più difficoltà degli uomini a fare carriera.
Da notare che in Europa Occidentale e Nord America le ricercatrici STEM sono il 32,3% del totale, e in Italia il 36%. Poi però da noi ad arrivare ai vertici della carriera è solo il 22% delle donne, contro una media europea del 29%. Di questo passo la parità di genere sarà raggiunta, forse, nel 2063.
Questi dati sono bene espressi da due metafore. La prima è denominata Leake pipeline (tradotto “conduttura che perde”), che indica il fenomeno della progressiva perdita di potenziale femminile ai livelli elevati dell’istruzione scientifica: sappiamo che le ragazze a scuola sono mediamente più brave dei compagni maschi, anche nelle materie scientifiche, ma poi si perdono per strada per vari motivi (mancanza di supporti, maternità, poche aspettative di carriera, isolamento o esclusione…).
L’altra efficace metafora è il Glass ceiling factor, cioè il “tetto di cristallo”, per cui le donne che non si sono disperse lungo il tragitto si scontrano alla fine con una barriera invisibile, ma reale, che impedisce loro di accedere a posizioni ai vertici della ricerca scientifica.
Inoltre, quelle che arrivano ad entrare in progetti importanti, spesso incappano nell’effetto Matilda: è successo, e succede, che il loro lavoro di ricerca sia stato attribuito in tutto o in parte ad un uomo.
E’ accaduto, molto tempo fa, a Trotula de Ruggiero, medico medievale della Scuola di Salerno, i cui scritti vennero a lungo divulgati con lo pseudonimo maschile di Trottus. È successo, in tempi più recenti, a Rosalind Franklin, che diede un contributo fondamentale alla scoperta della struttura a doppia elica del DNA, per la quale furono però premiati con il Nobel solo i colleghi maschi Watson, Crick e Wilkins. E pensare che la definivano “la terribile, la bisbetica Rosy”!
Due domande interessanti da porsi quando si riflette sul rapporto tra donne e scienza sono se esista una scienza di “genere”, cioè un modo specifico delle donne di accostarsi al sapere scientifico, e soprattutto se la presenza più numerosa delle donne nella ricerca possa contribuire a migliorarla, e in quale direzione.
Alla prima domanda si può rispondere che non esiste uno stereotipo di scienziata (per fortuna), ma che forse qualche caratteristica comune nelle donne che fanno ricerca si può riscontrare.
Ad esempio una costante è lo spazio che molte ricercatrici hanno riservato all’attività didattica e a quella di divulgazione (maestra in questo campo è stata la nostra grande Margherita Hack).
Altra costante è la pazienza e tenacia nel portare a termine ricerche che richiedono tempi lunghi e calcoli precisi e laboriosi e di produrre importanti lavori collettivi. Le donne sanno osservare e sanno contare (in tutti i sensi): pensiamo alle équipes, formate da sole donne, a cui dobbiamo i due più importanti Cataloghi stellari dell’Ottocento (Carte du ciel e Catalogo fotometrico di Harvard); alla squadra di crittoanaliste della macchina Enigma durante la Seconda Guerra Mondiale (per cui ricordiamo di solito il genio di Alan Turing), alle sei programmatrici di ENIAC, uno dei primi grandi computer, al team di matematiche afroamericane che lavorarono ai primi progetti della NASA (storia recentemente raccontata nel film Il diritto di contare di Theodore Melfi).
Le donne hanno anche una straordinaria sapienza nell’operatività pratica, che le ha portate talvolta ad inventare nuovi strumenti: per il Progetto Manhattan tutti noi ricordiamo i nomi di Fermi, Oppenheimer, Feynmann e altri fisici maschi; pochi sanno che vi lavorarono ben 86 scienziate, di cui una, la cinese Chien-Shiung Wu, oltre ad elaborare teorie, inventò anche apparecchiature accurate per le verifiche sperimentali (un Nobel negato pure il suo).
Può sembrare, con questi esempi, che le donne abbiano portato, portino, pochi contributi teorici alla conoscenza scientifica. Non è così, ma in realtà spesso esse dimostrano un approccio un po’ diverso rispetto ai colleghi maschi, un approccio più multitasking, trasversale, interdisciplinare, forse per un diverso funzionamento del cervello, come sostengono alcuni studi di neuroscienze, sicuramente per un’esperienza di vita che richiede alle donne capacità di fare più cose contemporaneamente, di mettere in relazione più funzioni e di sperimentare più forme di mediazione. Questo è un aspetto molto importante nella ricerca scientifica attuale, dove anche i criteri metodologici stanno notevolmente cambiando rispetto all’approccio tradizionale.
Inoltre c’è da dire che oggi i percorsi della ricerca scientifica non sono più così lineari come nei decenni passati: per usare le precedenti metafore, non si tratta più di un’unica pipeline, di una conduttura con al vertice un tetto di cristallo, ma piuttosto di un “labirinto di cristallo” (come qualcuno l’ha definito), con vicoli ciechi, svolte improvvise e diverse uscite ed entrate, in cui le donne, magari escluse dal percorso accademico, possono andare ad occupare posizioni interessanti in settori di nicchia ed innovativi, dove il prestigio che ne deriva oggi non è ancora riconosciuto a livello sociale, ma in futuro potrebbe invece crescere molto.
Infine si può dire che le donne in genere si interrogano di più sul lavoro che stanno facendo; questo significa che in campo scientifico c’è un’assunzione di responsabilità per una ricerca che vada nella direzione di un futuro sostenibile per tutti noi, soprattutto per le generazioni future.
Credo che possiamo interpretare in questa chiave il tema di quest’anno della “Giornata mondiale delle donne nella scienza” (ricorsa lo scorso 11 febbraio), che è “Investire nelle donne e nelle ragazze nella scienza per una crescita ecologica inclusiva”.
Sicuramente le gradite ospiti del nostro ciclo, che vivono ogni giorno questi problemi e queste sfide, ci aiuteranno a comprendere bene quali siano le difficoltà, ma soprattutto il prezioso contributo delle donne nella ricerca scientifica attuale.

a cura di Magda Albanese